Intervista sul mio lavoro e la mia professione


Intervista sul mio lavoro e la mia professione



1. Lei è psicologa, scrittrice e divulgatrice. Qual è il filo rosso che tiene insieme questi tre ruoli?

Il filo rosso è la responsabilità verso la complessità. In studio accolgo il dolore nella sua forma più cruda. Nella scrittura lo trasformo in pensiero. Nella divulgazione lo rendo accessibile senza banalizzarlo. Non faccio tre lavori diversi: lavoro sempre sullo stesso territorio, quello delle emozioni umane, solo con linguaggi differenti.


2. Lavora molto su ansia sociale, insicurezza e paura del giudizio. Perché questi temi sono così centrali oggi?

Perché viviamo in una cultura che espone continuamente e protegge pochissimo. I social amplificano il confronto, il contesto lavorativo spesso è competitivo e poco esplicito, le relazioni sono più fragili. L’ansia sociale non è debolezza: è un sistema nervoso che ha imparato che lo sguardo dell’altro può essere pericoloso. Il punto non è “diventare più sicuri”, ma costruire una sicurezza interna che non dipenda dal palcoscenico esterno.


3. Lei parla spesso di un “genitore interiore critico” e di un “genitore interiore amorevole e sano”. Cosa significa concretamente?

Significa che dentro di noi convivono voci diverse. Una può essere giudicante, esigente, severa: spesso è l’interiorizzazione di messaggi ricevuti nell’infanzia. L’altra è una funzione più matura, capace di guidare senza umiliare. Il lavoro terapeutico non è eliminare la parte critica, ma ridimensionarla e rafforzare quella sana. È un processo di rieducazione emotiva.


4. Che tipo di terapeuta è in seduta?

Presente, attenta e profondamente analitica. Nonostante mi stia specializzando nell'approccio sistemico-relazionale, nella mia pratica integro anche l'approccio cognitivo-comportamentale e psicodinamico-psicoanalitico. Questo significa che guardo alle relazioni, ma anche ai pensieri, alle convinzioni radicate in se stessi, alla storia profonda della persona. Guardo al "sintomo" che il paziente mi porta ma anche alla struttura che lo sostiene. E soprattutto lavoro perché la persona diventi autonoma, non dipendente dalla terapia.


5. Nei suoi scritti evita di parlare direttamente di sé. Perché?

Perché considero i miei libri un ulteriore spazio di supporto per i miei pazienti e per chiunque voglia approfondire le tematiche psicologiche che tratto. Scelgo di non raccontare la mia storia personale per evitare che chi legge si senta condizionato nel portare determinati temi in terapia. Se una persona conoscesse troppo della mia esperienza, potrebbe pensare che alcuni argomenti siano “già occupati” o difficili da condividere con me.
Credo molto anche nel valore della riservatezza: mantenere un confine tra la mia vita privata e il lavoro clinico serve a proteggere il setting terapeutico e la libertà di chi si rivolge a me.


6. Cosa significa per lei "senso di colpa"?

È un tema che emerge molto spesso nei percorsi con i miei pazienti. Il senso di colpa può nascere dall’idea di dover salvare gli altri, soprattutto i genitori, o dalla convinzione di dover essere sempre “quellə bravə”, quellə che non delude, che non crea problemi. È un’eredità affettiva molto potente.

Tendiamo a pensare al senso di colpa come a qualcosa rivolto verso l’esterno: “mi sento in colpa nei confronti di quella persona”. In realtà la psicoanalisi ci insegna che, molto spesso, il senso di colpa è rivolto soprattutto a se stessi. Per questo diventa importante fermarsi e chiedersi: per cosa provo senso di colpa nei confronti di me stesso?
Sento di non essermi protetto abbastanza?
Sento che avrei dovuto fare scelte diverse?

Sono domande che aiutano a spostare lo sguardo: dal giudizio verso di sé alla comprensione della propria storia emotiva.


7. Cosa direbbe a chi si sente “sbagliato” nelle relazioni sociali?

Che spesso non è sbagliato, è solo fuori contesto. Alcune persone funzionano meglio nella profondità che nella superficie, meglio nel dialogo a due che nei gruppi rumorosi. Non bisogna diventare diversi da ciò che si è: bisogna trovare ambienti che valorizzino la propria struttura emotiva.


8. Se dovesse descrivere la sua missione professionale in breve?

Offrire uno spazio di ascolto autentico in cui le persone possano sentirsi accolte e non giudicate, un luogo sicuro dove affrontare temi delicati ma anche profondamente trasformativi. Non è un percorso semplice o lineare: spesso la crescita passa proprio da momenti di scomodità, anche se il nostro cervello vorrebbe evitarli e restare sempre nella zona di comfort.

Il mio lavoro è accompagnare le persone verso una maggiore maturità emotiva: meno reattività, meno dipendenza dal giudizio degli altri, più capacità di scegliere la propria direzione. Ma anche più gentilezza verso se stessi, verso le proprie parti bambine e verso emozioni che per molto tempo non ci si è permessi di esprimere.


Psicologa Giulia Rinaldi - Blog Consapevolezza Interiore

👉“Lavoro con adulti e giovani adulti che vivono sensi di colpa, pensieri disfunzionali e limiti familiari. Se ti riconosci, prenota un colloquio: inizieremo a costruire insieme il percorso più adatto a te.”


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