“La mamma è sempre la mamma”: da dove nasce questa frase e perché i figli continuano ad amare anche genitori che hanno fatto del male

 

“La mamma è sempre la mamma”: da dove nasce questa frase e perché i figli continuano ad amare anche genitori che hanno fatto del male


La mamma è sempre la mamma” è una delle frasi più radicate nella cultura italiana. La sentiamo dire da generazioni, quasi fosse una verità assoluta e indiscutibile. Eppure, dietro questa espressione esiste un mondo complesso, psicologico e antropologico, che spesso non viene considerato. La frase non è nata nel vuoto: affonda le sue radici nella struttura stessa dell’essere umano, nei modelli culturali e nei meccanismi profondi dell’attaccamento infantile.

E soprattutto, questa convinzione ha un impatto enorme su come viviamo i nostri rapporti familiari — soprattutto quando parliamo di figli che hanno subito ferite, trascuratezza o vere e proprie forme di maltrattamento, ma che nonostante tutto continuano ad amare i propri genitori. Perché succede? E perché è così difficile mettere in discussione le figure genitoriali?

Questo articolo vuole rispondere con chiarezza, senza romanticismi, ma con rispetto per la complessità umana.

L’origine culturale dell’idealizzazione materna

La nostra società ha costruito nei secoli una narrazione estremamente potente attorno alla maternità. La madre è stata rappresentata come figura sacra, custode dell’amore incondizionato, simbolo di dedizione e sacrificio. Non è un caso che molte religioni e tradizioni attribuiscano alla madre un ruolo quasi divino, un modello di bontà e protezione.

Questa immagine collettiva ha creato un tabù: mettere in discussione la madre è quasi come mettere in discussione la morale stessa. Da qui nasce la frase “la mamma è sempre la mamma”: un modo implicito per dire che la madre, comunque sia, va rispettata, scusata, protetta. È una frase che non lascia spazio alla complessità, agli errori, alle ambivalenze. Ma le relazioni umane sono quasi sempre ambivalenti.

L’idealizzazione culturale della maternità crea un terreno fertile per il senso di colpa nei figli che, anche da adulti, provano a parlare delle proprie ferite. Quando qualcuno racconta di un padre violento o manipolatorio, spesso la reazione sociale è “allontanati”. Quando racconta di una madre che ha fatto del male, la risposta diventa “sì, però è tua madre”. Perché?

Perché la cultura tende a proteggere il simbolo, anche a scapito della persona reale.

Il legame di attaccamento: un imprinting che non scegliamo

Il secondo elemento fondamentale è la biologia. L’essere umano nasce estremamente dipendente: non può mangiare, camminare, proteggersi. La sua sopravvivenza è totalmente legata ai caregiver. Questo crea un vincolo profondo, primitivo, che precede la coscienza e la volontà.

L’amore per i genitori non è una scelta: è un imprinting. È un legame che si forma prima ancora che il bambino possa valutare se il genitore è competente, affettuoso, violento o negligente. Non importa come il genitore si comporti: il bambino è programmato per amarlo, perché da lui dipende la vita.

Se un genitore maltratta, il bambino non può pensare: “la mamma è sbagliata”. Sarebbe troppo pericoloso. Se la madre è inaffidabile, l’intero mondo diventa insicuro. E così, psicologicamente, il bambino fa la scelta più “sicura”: pensa che ad essere sbagliato sia lui.

È una forma di adattamento fondamentale: per sopravvivere, il bambino preserva l’immagine del genitore e sacrifica la propria. E questa dinamica non sparisce da adulta: resta incisa come un tatuaggio invisibile.

Il costo psichico di riconoscere un genitore non adeguato

Accettare che propria madre o il proprio padre non siano stati capaci di amare in modo sano è uno dei dolori più profondi che un essere umano possa affrontare. È un lutto, spesso più difficile della morte fisica. Perché non si perde solo il genitore reale: si perde l’idea del genitore “buono” che avremmo voluto avere, quello che ci avrebbe dovuti proteggere, ascoltare, vedere.

Il bambino che siamo stati resta sempre dentro di noi. E quella parte infantile ha un bisogno viscerale di credere che i genitori fossero buoni, perché da questo dipendeva il senso di sicurezza del mondo.

Molti adulti evitano questo dolore continuando a idealizzare i genitori, oppure mantenendo con loro un rapporto fatto di distanza, ambiguità e attese mai espresse. È un modo per proteggersi dalla ferita originaria.

L’amore per i genitori non nasce dalla loro bontà, ma dalla nostra dipendenza originaria

Una delle verità più difficili da accettare è questa: non amiamo i genitori perché sono stati buoni, ma perché ne avevamo bisogno. La qualità dell’amore ricevuto modella la qualità dell’adulto che diventiamo, ma non cancella il legame originario.

Si può amare un genitore che ha fatto del male, così come si può temere un genitore affettuoso. Il legame non segue la logica morale, segue la logica dell’attaccamento.

Ed è proprio questo il motivo per cui le storie familiari non si chiudono mai da sole: anche da adulti, continuiamo a cercare quello che non abbiamo avuto. Una parola mai detta, un gesto mai arrivato, un riconoscimento che ancora deve arrivare. Cerchiamo riparazione, perché la mente cerca sempre di completare ciò che è rimasto in sospeso.

Il paradosso: la speranza infantile come ponte e come prigione

Molti figli, anche quando hanno sofferto, continuano a sperare che un giorno il genitore “capirà”, “si scuserà”, “cambierà”. È una speranza che tiene in vita, ma che può diventare anche una prigione invisibile.

Perché spesso il genitore non cambierà. Non per cattiveria, ma perché la generazione precedente spesso non ha gli strumenti psicologici per affrontare temi emotivi complessi. Mancano le parole, manca la consapevolezza, manca l’abitudine a guardarsi dentro. Così i figli restano soli con il compito di dare un senso a un dolore antico.

Perché ancora oggi diciamo “la mamma è sempre la mamma”?

Perché questa frase serve ancora a proteggere il sistema familiare da conflitti, verità e rivelazioni che potrebbero destabilizzare. Serve a mantenere un equilibrio, anche se fragile. Serve a impedire che la generazione più giovane “rompa il patto” e metta in discussione dinamiche tramandate per decenni.

In fondo, quella frase non descrive la realtà: descrive un bisogno collettivo di non vedere il dolore che attraversa le famiglie.

Cosa significa davvero crescere?

Crescere significa distinguere l’amore dall’idealizzazione.
Significa riconoscere che un genitore può averci amati e feriti allo stesso tempo.
Significa accettare che i legami possono essere profondi e non per forza sani.
Significa ammettere che l’amore dei figli è potente, ma non illimitato.

E, soprattutto, significa che un figlio può scegliere di proteggere se stesso, anche se questo significa mettere dei confini con chi ha dato la vita.

Non è mancanza di amore: è maturità emotiva.



Psicologa Giulia Rinaldi - Blog Consapevolezza Interiore

👉“Lavoro con adulti e giovani adulti che vivono sensi di colpa, pensieri disfunzionali e limiti familiari. Se ti riconosci, prenota un colloquio: inizieremo a costruire insieme il percorso più adatto a te.”

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