Non aggiungere dolore al dolore: una riflessione sulla sofferenza e sulla resilienza
Il dolore, in tutte le sue forme, è una componente inevitabile dell’esperienza umana. Nessuno ne è esente: che si tratti di un lutto, di una malattia, di una separazione, di un fallimento lavorativo o di una delusione profonda, la vita ci mette regolarmente di fronte a momenti difficili. Le tradizioni spirituali e filosofiche di tutto il mondo hanno riflettuto su questa realtà. In particolare, il Buddhismo insegna che il dolore – il “dukkha” – è parte integrante dell’esistenza, ma ci invita anche a osservare come spesso noi stessi, inconsapevolmente, aggiungiamo dolore al dolore, moltiplicando la sofferenza attraverso i nostri pensieri, giudizi e reazioni.
Questa riflessione trova un esempio concreto nell’esperienza di Simone Bilardo, giovane uomo che, durante un’intervista al podcast One More Time di Luca Casadei, ha raccontato la sua storia. A Bilardo nel 2023 sono stati diagnosticati due tumori al cervello, con una prognosi che parlava di appena due anni di vita. Nonostante questa diagnosi devastante, la sua testimonianza ha colpito per il modo in cui ha scelto di affrontare il dolore, evitando di aggiungere ulteriore sofferenza alla sofferenza già presente.
Il dolore come parte inevitabile della vita
Il Buddhismo non considera il dolore come un incidente o un’ingiustizia, ma come una caratteristica intrinseca dell’esistenza. Dolore fisico, emotivo o spirituale: tutti fanno parte del cammino umano. Non possiamo eliminarli del tutto, ma possiamo osservarli e comprenderli. La sofferenza primaria – quella legata al fatto stesso – è inevitabile. La sofferenza secondaria – quella che deriva dai nostri pensieri negativi, dal senso di colpa, dalle autoaccuse – è invece facoltativa, perché nasce dalla nostra mente.
Quando si vive una perdita o una malattia, questa distinzione è evidente. Il dolore fisico o l’evento traumatico sono reali. Ma spesso a questi si aggiunge un secondo strato: “Perché proprio a me?”, “Non ce la farò mai”, “È colpa mia”, “Non meritavo questo”. Sono pensieri comprensibili, ma che incrementano la sofferenza senza offrire sollievo.
Simone Bilardo: una testimonianza di resilienza
La storia di Simone Bilardo è un esempio di come si possa vivere un dolore immenso cercando di non aggiungerne altro. Giovane, con una vita davanti, nel 2023 ha ricevuto la diagnosi di due tumori cerebrali e una prognosi molto breve. Nel raccontare la sua esperienza a Luca Casadei, non ha nascosto paura o difficoltà, ma ha mostrato un approccio lucido e coraggioso. Ha scelto di dare significato alla sua malattia, di viverla nel presente, di non lasciare che i pensieri distruttivi aggravassero ciò che stava già attraversando.
Questa testimonianza non è un invito al positivismo forzato, ma un promemoria: anche nelle circostanze più dure, c’è una parte di sofferenza che possiamo evitare. Non possiamo controllare tutto ciò che accade, ma possiamo imparare a non rincarare la dose.
I “tumori metaforici” della vita
Il termine “tumore” può essere esteso metaforicamente a tutte quelle esperienze che interrompono bruscamente il nostro equilibrio: divorzi, incidenti, malattie croniche, perdite economiche, tradimenti, ingiustizie. Sono eventi che si insediano nella nostra vita e la cambiano radicalmente. Proprio come nel caso delle malattie fisiche, questi “tumori” emotivi possono indurre paura, disperazione, rabbia.
L’insegnamento buddhista e l’esempio di Bilardo invitano a riconoscere questi “tumori metaforici” per ciò che sono: esperienze dolorose che vanno affrontate con lucidità, ma senza aggiungere strati di sofferenza emotiva superflua. Questo non significa negare o minimizzare il dolore, ma evitare di amplificarlo con pensieri distruttivi.
Come aggiungiamo dolore al dolore
Alcuni meccanismi tipici con cui si aggiunge sofferenza alla sofferenza includono:
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Autoaccusa e senso di colpa: convincersi che ciò che è accaduto sia “colpa propria”, anche quando non c’è responsabilità personale.
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Catastrofizzazione: immaginare scenari peggiori di quelli reali, proiettandosi in un futuro spaventoso.
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Confronto con gli altri: guardare chi sembra “più fortunato” e alimentare invidia o frustrazione.
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Resistenza alla realtà: rifiutare ciò che sta accadendo, irrigidendosi nel “non dovrebbe essere così”.
Questi meccanismi, pur naturali, non offrono sollievo: al contrario, tolgono energia, lucidità e capacità di affrontare il problema reale.
L’importanza dello spirito positivo
La psicologia contemporanea conferma che un atteggiamento mentale positivo non guarisce magicamente dal dolore, ma migliora la capacità di affrontarlo. Questo vale tanto per le malattie gravi quanto per le sofferenze emotive. La positività non è negazione, ma scelta consapevole di orientare l’attenzione su ciò che può aiutare, sostenere, alleggerire.
Pratiche come la gratitudine, la mindfulness, la meditazione, il sostegno sociale e il dialogo con professionisti competenti sono strumenti concreti per mantenere uno spirito più sereno. Anche affidarsi a un “potere superiore”, che sia Dio, la natura o un senso più grande, può essere fonte di sollievo. Non si tratta di passività, ma di riconoscere i propri limiti e lasciare andare ciò che non è più nelle proprie mani dopo aver fatto tutto il possibile.
Il dolore come occasione di ri-prioritizzazione
Molte persone, dopo esperienze dolorose, raccontano di aver cambiato radicalmente la percezione della vita. Eventi traumatici, malattie o perdite fanno emergere ciò che conta davvero, ridimensionando ciò che prima sembrava importante. Il giudizio degli altri, il possesso di beni materiali, le discussioni futili perdono peso. Cresce invece il desiderio di autenticità, di relazioni significative, di esperienze che nutrono.
Questo processo di ri-prioritizzazione è uno degli aspetti trasformativi del dolore: può insegnare a distinguere tra ciò che vale e ciò che è superfluo. Ma perché questo avvenga, è necessario non rimanere intrappolati nella sofferenza secondaria – quella creata dalla mente.
Affidarsi a professionisti e trovare senso
Affrontare il dolore non è un compito da svolgere in solitudine. Psicologi, medici, terapeuti, guide spirituali possono rappresentare risorse fondamentali. La loro competenza e umanità offrono strumenti per elaborare l’esperienza, gestire le emozioni, trovare nuove prospettive.
Parallelamente, molti trovano forza nell’affidarsi a un potere superiore. Dopo aver fatto tutto ciò che è nelle proprie possibilità – cure mediche, scelte pratiche, sostegno psicologico – arriva un momento in cui è necessario lasciare andare il controllo e accettare. Questa accettazione non è resa, ma apertura a un senso più grande.
Trovare un significato nel dolore non è facile, ma può trasformarlo in risorsa. Chi ha vissuto esperienze dure spesso diventa più empatico, più capace di aiutare altri, più centrato su ciò che conta davvero.
Pratiche per non aggiungere dolore al dolore
Alcune pratiche concrete che possono aiutare a evitare di aggravare la sofferenza:
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Mindfulness: osservare i propri pensieri senza giudicarli, lasciandoli andare.
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Diario emotivo: scrivere ciò che si prova per dare forma e contenimento alle emozioni.
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Respiro consapevole: usare tecniche di respirazione per calmare il corpo e la mente nei momenti di ansia.
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Limiti al confronto sociale: ridurre l’esposizione a contenuti che alimentano frustrazione o senso di inadeguatezza.
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Rituali di cura di sé: dedicarsi a pratiche semplici che nutrono corpo e mente, anche nei momenti difficili.
Conclusione
Il dolore è inevitabile. La sofferenza aggiuntiva, quella che nasce dai nostri pensieri negativi, sensi di colpa e autoaccuse, può invece essere in parte evitata. Come insegna il Buddhismo e come testimoniano persone come Simone Bilardo, non possiamo sempre scegliere ciò che ci accade, ma possiamo scegliere come rispondere.
Non aggiungere dolore al dolore significa rispettare la propria fragilità, accogliere l’esperienza senza alimentarla con giudizi distruttivi. Significa anche usare il dolore come occasione per rivedere le priorità, per affidarsi a professionisti e per aprirsi a un senso più grande. Così, anche nelle circostanze più dure, può emergere una forma di libertà interiore: non quella di evitare la sofferenza, ma quella di non moltiplicarla.
Psicologa Giulia Rinaldi - Blog Consapevolezza Interiore
👉“Lavoro con adulti e giovani adulti che vivono sensi di colpa, pensieri disfunzionali e limiti familiari. Se ti riconosci, prenota un colloquio: inizieremo a costruire insieme il percorso più adatto a te.”

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