Quando il figlio diventa il campo di battaglia della coppia: i giochi psicotici della famiglia secondo Selvini Palazzoli

 

Quando il figlio diventa il campo di battaglia della coppia: i giochi psicotici della famiglia secondo Selvini Palazzoli



Ci sono famiglie in cui l’amore e la sofferenza si confondono, dove la comunicazione non serve a capirsi, ma a controllarsi. In questi contesti, spesso inconsapevoli, il figlio può diventare il bersaglio o lo strumento di un conflitto che non gli appartiene. È ciò che Selvini Palazzoli e il gruppo di Milano chiamarono “i giochi psicotici della famiglia”: una dinamica circolare in cui il sintomo del figlio serve a mantenere l’equilibrio della coppia coniugale.

Non è un gioco volontario, ma un intreccio relazionale in cui tutti restano prigionieri. Per comprenderlo, è utile ripercorrere le sei fasi che lo caratterizzano, secondo il modello sistemico originario.


1. Lo stallo nella coppia coniugale

Tutto inizia con un blocco nella relazione di coppia.
Due partner, spesso legati da dipendenza reciproca e paura dell’abbandono, non riescono più a comunicare in modo autentico. Ogni tentativo di confronto riattiva rabbia, vergogna o senso di fallimento, e la relazione si irrigidisce in una forma di coesistenza ostile.

Lo stallo può assumere molte facce: una distanza affettiva mascherata da quiete, un conflitto cronico che non esplode mai davvero, una relazione apparentemente funzionale ma intrisa di risentimento.
È un equilibrio patologico che si regge sul non detto.
E come spesso accade nelle famiglie disfunzionali, quando la coppia non riesce a evolvere, il sistema sposta il problema su un altro membro: il figlio.


2. L’invischiamento del figlio nel gioco della coppia

Nella seconda fase, il figlio viene arruolato nella relazione coniugale.
Il suo coinvolgimento può essere esplicito o sotterraneo: a volte un genitore si confida con lui e lo usa come alleato (“tu mi capisci, tuo padre no”), altre volte il figlio stesso — percependo la tensione — si inserisce per cercare di aiutare o riportare la pace. Ricordiamoci che il figlio (adulto o minore che sia) non deve mai essere il contenitore emotivo del genitore.

È qui che nasce la triangolazione: il figlio diventa il terzo vertice di una coppia in stallo, l’elemento che tiene insieme ciò che rischierebbe di rompersi.
Da quel momento non è più libero: ogni suo comportamento viene interpretato come segnale, schieramento o minaccia all’equilibrio familiare.
Il messaggio implicito è: “Esisti per tenere uniti i tuoi genitori.”


3. Il comportamento inusitato del figlio

Intrappolato in questo gioco, il figlio comincia a manifestare un comportamento anomalo — qualcosa che rompe le regole abituali della famiglia.
Può trattarsi di un ritiro sociale, di un crollo scolastico, di sintomi somatici, di un disturbo alimentare, o di comportamenti oppositivi.
Il messaggio, però, è sempre lo stesso: “Non ce la faccio più a reggere il peso di ciò che non mi appartiene.” Il peso più importante è quello dei "non detti" che creano tensioni invisibili.

Da un punto di vista sistemico, il sintomo del figlio non è casuale: serve a riattivare la comunicazione tra i genitori.
Quando il figlio “sta male”, la coppia torna a parlarsi, si allea momentaneamente per affrontare il problema, trova un nuovo scopo comune.
Il dolore del figlio diventa così una forma di collante, un modo paradossale per mantenere un’unità che altrimenti si disgregherebbe.


4. Il voltafaccia del presunto alleato

Ma l’equilibrio non dura.
Dopo la fase di apparente alleanza, uno dei genitori — spesso quello che aveva arruolato il figlio come alleato — gli volta le spalle.
È il momento in cui il figlio passa da “salvatore” a “colpevole”.

Il genitore, sopraffatto dal senso di colpa o dalla paura di perdere il controllo, proietta sul figlio la responsabilità del malessere familiare: “Con il tuo comportamento stai distruggendo questa famiglia.”
Il figlio, che fino a poco prima era stato il punto d’appoggio emotivo del genitore, si ritrova improvvisamente isolato e confuso.
È qui che il legame si fa più tossico: l’amore si trasforma in paura, e la lealtà diventa prigionia.


5. L’esplosione della psicosi

Nella quinta fase, la tensione accumulata si manifesta apertamente sotto forma di crisi psicotica o di un sintomo grave nel figlio.
È l’esito di un processo sistemico, non solo individuale.
Il figlio porta sulla propria psiche il peso di una comunicazione familiare contraddittoria, fatta di doppi legami:
“ Sii te stesso, ma non contraddirmi.”
“Aiutami, ma non superarmi.”
“Salvami, ma non cambiare.”

Questa comunicazione impossibile genera un collasso interno: la mente non riesce più a distinguere i confini tra sé e l’altro, tra realtà e fantasia, tra colpa e responsabilità.
La psicosi, in questo senso, diventa una soluzione estrema: un modo per uscire dal gioco attraverso la malattia.


6. Le strategie basate sul sintomo

L’ultima fase è quella del mantenimento.
La famiglia, spaventata dal sintomo, si riorganizza intorno ad esso.
Il figlio malato diventa il centro di tutte le attenzioni, e paradossalmente, il suo stare male serve a stabilizzare il sistema.
Il sintomo diventa una strategia di sopravvivenza relazionale: finché c’è la malattia, la coppia resta unita, i ruoli restano chiari, e nessuno deve affrontare davvero il conflitto originario.

Per questo Selvini Palazzoli diceva che la guarigione del figlio può essere vissuta come una minaccia per l’intero sistema familiare: se lui guarisce, il gioco si rompe, e la coppia è costretta a fare i conti con se stessa.


Come può salvarsi il figlio

Il percorso di salvezza non passa attraverso il sintomo, ma attraverso la consapevolezza.
Il figlio che riconosce il gioco può iniziare a disinnescarlo, anche senza che la famiglia cambi.

  1. Dare un nome alla dinamica. Comprendere che il proprio dolore ha una logica relazionale — non è un difetto, ma un segnale.

  2. Restituire la responsabilità. I conflitti della coppia non appartengono al figlio.

  3. Uscire dal ruolo di mediatore. Smettere di farsi tramite, confidente o pacificatore.

  4. Costruire confini interni. Saper dire “no”, anche solo dentro di sé, è già un atto di libertà.

  5. Elaborare il lutto. Accettare che non si può guarire un genitore, e che l’amore non deve passare per il sacrificio.

  6. Cercare uno spazio terapeutico. Un percorso psicologico aiuta a ricostruire un Sé separato, a distinguere i propri bisogni da quelli familiari e a riconoscere il diritto di vivere in pace.


Conclusione

Il gioco psicotico familiare è un intreccio invisibile che intrappola tutti: i genitori nel loro conflitto, e il figlio nel tentativo disperato di ripararlo.
Ma c’è una via d’uscita: riconoscere che non è il figlio a dover tenere insieme la famiglia.
Liberarsi da questo compito impossibile significa restituire a ognuno la propria responsabilità, e a se stessi la possibilità di essere interi.

In fondo, guarire da un gioco psicotico non è solo interrompere un ciclo patologico.
È scegliere di non essere più il sintomo di qualcun altro, ma il protagonista della propria vita.


Psicologa Giulia Rinaldi - Blog Consapevolezza Interiore

👉“Lavoro con adulti e giovani adulti che vivono sensi di colpa, pensieri disfunzionali e limiti familiari. Se ti riconosci, prenota un colloquio: inizieremo a costruire insieme il percorso più adatto a te.”

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