Quando un genitore non capirà mai: come si sopravvive a una relazione che ha fatto male, senza cattiveria
Ci sono relazioni che segnano la nostra vita non per ciò che è stato fatto con intenzione, ma per ciò che è mancato. Non per violenza evidente, ma per una forma sottile di invasione, di annullamento, di dolore inconsapevole.
A volte, una madre può essere stata presente, premurosa, amorevole…
Ma nel modo sbagliato.
Con un amore che stringe, che ingloba, che non lascia spazio.
Un amore che si chiama simbiosi. E che, anche se pieno di “buone intenzioni”, ci ha tolto l’aria.
E allora sorge una domanda difficile, che tante persone si pongono dopo anni di fatica e consapevolezza:
“Se lei non se ne renderà mai conto…cosa posso fare io con questo dolore?”
Non tutto il male viene dalla cattiveria
È importante dire, e ridirsi, che non tutto il dolore che proviamo è frutto di malvagità.
Ci sono ferite che nascono da relazioni con persone che non volevano farci del male, ma che, con tutte le migliori intenzioni, in maniera anche inconsapevole, lo hanno fatto comunque.
Quando si cresce con un genitore simbiotico, il messaggio che si riceve – anche se implicito – è che non si può esistere separati.
Che non possono esserci confini.
Che non si può scegliere per sé.
Che la felicità del genitore dipende dal figlio.
Che non si è liberi.
Che la rinuncia è amore.
Che per essere amati bisogna fondersi.
Che dire di no è un tradimento.
Che avere segreti, spazi, pensieri propri è pericoloso, o addirittura offensivo.
Chi è cresciuto così ha spesso difficoltà a distinguere tra:
-
amore e controllo
-
vicinanza e invasione
-
ascolto e manipolazione
E quando ci si accorge, da adulti, che quell’amore non era sano, spesso ci si ritrova di fronte a un bivio difficile:
- restare, subendo, senza che l'altro comprenda;
- o andarsene, con un enorme senso di colpa, almeno inizialmente.
Il dolore di chiudere con una persona inconsapevole
Chiudere una relazione con un genitore inconsapevole è una delle sfide emotive più profonde.
Perché non si chiude con un “carnefice”, ma con una persona che, a modo suo, ci voleva bene.
Una persona che, probabilmente, non cambierà mai.
Non per cattiveria, ma per mancanza di strumenti.
E questo è forse il lutto più grande:
non solo non riceveremo mai le scuse,
ma non ci sarà mai un vero riconoscimento, da parte dell'altro, del dolore che abbiamo vissuto.
E allora: Cosa possiamo fare con tutto questo peso?
1. Riconoscere la propria verità, anche se l’altro non lo farà mai
È possibile validare ciò che abbiamo provato senza il permesso di chi ci ha ferito.
Non serve che l’altro “ammetta”.
Non serve che si ravveda.
Possiamo dire:
“È vero, forse non lo faceva apposta.
Ma a me ha fatto male lo stesso.”
Le ferite esistono, anche se erano involontarie.
E meritano rispetto.
2. Scegliere la distanza come forma di amore per sé
Allontanarsi non è sempre rabbia o vendetta.
A volte è una scelta di sopravvivenza, di autocura, di protezione, di amor proprio.
È l’unico modo per respirare. Ma anche per non trasformare quel legame in odio.
Quando una relazione resta intrappolata in dinamiche simbiotiche e invalidanti, e l’altro non è disposto o in grado di vederlo, l’amore per sé può consistere nel dire basta.
Non per punire.
Ma per non ammalarsi, per non odiare.
3. Umanizzare, ma non giustificare
Possiamo vedere i limiti dell’altro.
Possiamo comprendere che non aveva strumenti, che era figlio/a della sua epoca, della sua storia, delle sue paure.
Che c'erano dolori non elaborati, dolori che probabilmente c'erano ancor prima che il figlio nascesse.
Ma comprendere non vuol dire sopportare.
Umanizzare non significa restare nella dinamica per amore, che amore non è, ma è dipendenza.
Possiamo dire:
“Ti capisco. Ma non posso più stare in una relazione che mi annulla.”
4. Elaborare il lutto di ciò che non sarà
Molte persone portano dentro un dolore muto:
la mancata relazione ideale con un genitore.
Quel desiderio infantile che dice:
“Magari un giorno cambierà.”
“Magari un giorno capirà.”
“Magari un giorno mi chiederà scusa.”
A volte quel giorno non arriva.
E allora serve piangere quella madre o quel padre che non sono mai esistiti davvero come avevamo bisogno.
È un lutto sottile, ma potentissimo.
E liberatorio.
5. Smettere di sentirsi “cattivi figli” per essersi salvati
Il senso di colpa è il veleno che ci viene somministrato quando usciamo dalla simbiosi.
Quel pensiero che dice:
“Forse sono io ad essere ingrato”
“Forse sto esagerando”
"Forse avrei potuto salvarlo"
“Forse avrei potuto sopportare ancora un po’”
Ma la verità è che non si può vivere bene in una relazione che ci toglie il diritto di esistere separati, il diritto di individuarci.
Non si può essere buoni figli, brave figlie, annullandosi.
A un certo punto, scegliere la propria salute mentale e la propria autonomia non è egoismo, è crescita. E forse non è nemmeno una scelta, è una decisione obbligatoria, senza alternative possibili.
Essere genitori di se stessi
Quando si prende distanza da un genitore simbiotico, non si resta orfani di genitori vivi.
Ma si può iniziare a diventare genitori di se stessi.
A imparare a darsi:
-
quello spazio che non c’era
-
quel rispetto che è mancato
-
quell’ascolto che non si poteva chiedere
Non è semplice.
Ma è un cammino che ridà potere, dignità, libertà.
E se non torneremo mai indietro?
Se non ci sarà mai un “chiarimento”.
Se la distanza resterà.
Se non ci saranno né scuse né riconoscimenti…
Va bene così.
Possiamo onorare la verità, senza più doverla spiegare.
Possiamo costruire una vita piena, anche con delle ferite.
Possiamo volere bene, ma da lontano.
Possiamo essere figli, senza più essere sudditi.
E soprattutto possiamo ricordarci questo:
“Non era odio.
Ma non era nemmeno amore sano.
E io merito di vivere relazioni dove posso essere me stesso/a.
Anche se mia madre o mio padre non lo capirà mai.”
Psicologa Giulia Rinaldi - Blog Consapevolezza interiore
👉“Lavoro con adulti e giovani adulti che vivono sensi di colpa, pensieri disfunzionali e limiti familiari. Se ti riconosci, prenota un colloquio: inizieremo a costruire insieme il percorso più adatto a te.”
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