Quando la madre non è madre: simbiosi, separazione e il coraggio di salvarsi

 

Quando la madre non è madre: simbiosi, separazione e il coraggio di salvarsi

Qui trovi la storia di Jennette McCurdy

Ci sono storie che ci scuotono nel profondo, non perché sono rare, ma perché parlano di ciò che spesso non si osa dire. È il caso delle vicende di Maila Micheli, costretta fin da giovanissima dalla madre a prostituirsi, o di Jennette McCurdy, attrice e autrice del libro “Sono contenta che mia madre è morta”, che racconta di essere stata spinta dalla madre a una carriera forzata, con il solo scopo di sostenere economicamente la famiglia.

Due storie distanti, eppure unite da un filo rosso inquietante: una madre che, anziché proteggere la figlia, la invade, la usa, la colonizza. Non come essere umano, ma come oggetto. Come strumento per i propri bisogni insoddisfatti.
Sono rapporti che si travestono da amore, ma si fondano sul controllo, sulla dipendenza, sulla negazione dell'identità altrui. Sono legami simbiotici e patologici, che non crescono nella libertà ma si nutrono di possesso e fusione.

Dare la vita non significa possedere

Una delle illusioni più pericolose, spesso trasmesse in modo implicito nella cultura familiare, è l'idea che i figli siano “nostri”. Che ci appartengano perché li abbiamo messi al mondo. Ma mettere al mondo non è lo stesso che amare. E amare non è lo stesso che controllare.

Nelle relazioni sane, crescere un figlio significa accompagnarlo nella scoperta della propria unicità, fino a lasciarlo andare. In quelle malate, invece, il figlio diventa il luogo dove il genitore proietta i propri sogni, le proprie mancanze, le proprie paure.
In questo tipo di maternità disturbata, la figlia non è vista come un soggetto separato, ma come un’estensione dell’Io materno. Una “bambolina”, come spesso si sente dire in terapia, da manovrare e vestire a piacimento.

Dietro tutto questo, però, non c’è solo crudeltà. Spesso c’è solitudine, trauma, una storia familiare non elaborata. Molte madri abusanti sono state a loro volta bambine non viste, manipolate, invase.
Ma questo non giustifica. La sofferenza non può diventare alibi per distruggere la vita dell’altro.

Il mito della madre buona

La società ci impone un'immagine idealizzata della madre: amorevole, instancabile, devota. In questa narrazione c'è poco spazio per ammettere che non tutte le madri sono in grado di amare in modo sano.
Molte persone adulte, cresciute in famiglie disfunzionali, faticano a riconoscere l’abuso proprio perché si scontrano con questo tabù: “Se mia madre mi ha fatto del male, allora vuol dire che sono io a essere sbagliato”.
Riconoscere che una madre ha fatto del male è un atto psicologicamente rivoluzionario.
È il primo passo per spezzare la catena, per cominciare a vedere con occhi nuovi.

La separazione come salvezza

In certi casi, la distanza non è solo utile: è necessaria.
Quando la relazione con la madre diventa distruttiva, quando il legame diventa gabbia, l’unico modo per sopravvivere può essere la separazione netta.
È una scelta spesso non capita, giudicata, attaccata da chi guarda da fuori: "Ma è pur sempre tua madre", "Magari un giorno capirà", "Non puoi tagliare così".

E invece sì.
Si può tagliare. Si deve tagliare, quando l'alternativa è l'annullamento di sé.
Non è odio. Non è vendetta. È un atto di cura radicale. È salvarsi la pelle psichica.
È dire: “Questa relazione non può guarire, ma io posso guarire anche senza di lei”.

Trasformare il dolore in spazio

Molte persone, dopo una separazione così dolorosa, vivono un vuoto. Uno spazio silenzioso, desolato, fatto di assenze. Ma quel vuoto può diventare altro.
Può diventare un terreno fertile. Uno spazio creativo, libero, finalmente abitabile.

È ciò che spesso accade in terapia: si attraversa il lutto della madre che non si è avuta, si rinuncia all’illusione di cambiarla, e si comincia a costruire un genitore interno diverso.
Uno che protegge, che incoraggia, che non impone ma ascolta.
Uno che dice: “Puoi esistere. Anche senza essere perfetta. Anche se ti separi.”

C’è chi, da questo dolore, trae anche una missione.
Chi sceglie di studiare, aiutare gli altri, scrivere, creare.
Chi decide di fare della propria storia una fonte di conoscenza e compassione, non più una prigione.

La nuova narrazione

Raccontarsi come vittime può essere il primo passo, ma non può essere l’ultimo.
La vera guarigione passa per una nuova narrazione: “Io non sono ciò che mi è stato fatto”.
Io sono ciò che scelgo di fare oggi con ciò che ho vissuto.
È in questa trasformazione che nasce la libertà.

Ed è anche da qui che può nascere una nuova idea di maternità: una maternità libera dal possesso, fondata sulla presenza, non sul controllo.
Una maternità anche simbolica, fatta di legami affettivi dove ci si riconosce, ma non ci si fagocita.

L’illusione che un giorno capiranno

Tra le ferite più difficili da elaborare, c’è quella lasciata dall’inconsapevolezza della madre.
Non è solo il male che è stato fatto, ma il fatto che lei non lo veda.
Non lo riconosce. Non lo nomina.
Anzi, spesso lo riveste di parole dolci: “L’ho fatto per amore”, “Tu eri tutto per me”, “Non puoi capire quanto ti ho amato”.

E qui sta il cortocircuito più doloroso:
per molte madri simbiotiche, quell'invasione non è vissuta come violenza, ma come l’espressione massima dell’amore.
Sono convinte di averti dato tutto, e in un certo senso è vero: ti hanno dato tutto, ma tutto di loro, cancellando te.

Per questo la loro inconsapevolezza diventa crudele: perché ti nega anche la possibilità di una riparazione.
E allora nasce in chi ha subito un abuso affettivo il desiderio straziante che un giorno “capiranno”.
Che avranno un’illuminazione. Che un giorno diranno: “Ti ho fatto del male, mi dispiace”.

Ma quel giorno, spesso, non arriva mai.
E aspettarlo può diventare una seconda prigione.

Rinunciare all’illusione che un giorno capiranno è una tappa fondamentale del percorso di guarigione.
È un atto di realismo emotivo. È scegliere di liberarsi dalla speranza che loro cambino, per cominciare a cambiare noi.
È dire a se stessi:

“Non avrò mai la madre che ho desiderato, ma posso essere oggi per me ciò che lei non ha saputo essere.”

Solo così si rompe il ciclo.
Solo così lo spazio lasciato da quella assenza può diventare abitabile, fertile, nuovo.

Per chi sta ancora cercando la via d’uscita

Se leggendo queste parole hai sentito un nodo alla gola, forse c’è qualcosa che ti riguarda.
Forse anche tu hai vissuto una relazione simbiotica, manipolatoria, invasiva.
E se senti che sei ancora dentro a quella gabbia, sappi che uscirne è possibile.
Ma serve coraggio. E serve qualcuno che, per la prima volta, non ti dica di tornare indietro.
Qualcuno che ti dica: “Hai diritto di proteggerti. Hai diritto di essere libera.”

Conclusione

Separarsi da una madre che ha fatto del male è una delle esperienze più complesse e dolorose che una persona possa affrontare. Ma è anche un atto di rinascita.
È riconoscere che la vita che ci è stata data non può essere un debito eterno, né una condanna.
È scegliere di onorare se stessi, anche a costo di rompere un legame che molti considerano sacro.

Perché il legame sacro, in realtà, è quello con la propria verità.
E da lì si comincia davvero a vivere.


Psicologa Giulia Rinaldi - Blog Consapevolezza interiore


👉“Lavoro con adulti e giovani adulti che vivono sensi di colpa, pensieri disfunzionali e limiti familiari. Se ti riconosci, prenota un colloquio: inizieremo a costruire insieme il percorso più adatto a te.”

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