Quando smetti di giudicare i tuoi genitori e inizi a riconoscerne la storia

Quando smetti di giudicare i tuoi genitori e inizi a riconoscerne la storia
Molte persone attraversano, nel corso della vita, una fase in cui guardano alla propria famiglia d’origine con rabbia, delusione, giudizio. È una fase importante e necessaria, che permette di riconoscere ciò che è mancato, ciò che ha fatto male, ciò che ha creato ferite. Ma c’è anche un altro momento, più sottile e spesso più doloroso, che può arrivare dopo: quello in cui si sceglie di non restare bloccati lì. Di non continuare a giudicare, di non definire per sempre le persone care soltanto attraverso le loro mancanze. È il momento in cui si inizia a vedere i genitori non solo come “genitori”, ma anche come esseri umani. Imperfetti. Limitati. E per certi versi anche fragili. 

Il giudizio come difesa 

Giudicare può diventare una difesa. Dire “mio padre è stato assente”, “mia madre era invadente”, “non mi hanno capito”, può aiutare a ritrovare la propria voce, a definire un confine, a separarsi da ciò che ci ha fatto soffrire. Ma quando il giudizio resta troppo a lungo, si trasforma in una prigione. Ci incatena al passato. Ci definisce attraverso il risentimento. Ci impedisce di vedere l’altro nella sua complessità. E non solo: mantiene viva una forma di dipendenza emotiva. Perché finché si giudica, si resta agganciati. Si resta nel ruolo di “figlio ferito”, in attesa che prima o poi l’altro cambi, si scusi, si accorga, ripari. Ma a volte quell’altro non cambierà. Non perché non voglia, ma perché non può. Perché non ha gli strumenti. Perché non ne ha mai avuto la possibilità. Perché non sa nemmeno da dove cominciare. 

Vederli per ciò che sono: esseri umani 

In alcuni momenti della vita, si arriva a vedere i propri genitori come persone. Persone con una storia. Persone cresciute in determinati contesti. Persone che hanno ricevuto poco amore, o troppo controllo, o nessuna libertà. E che, a loro volta, hanno cercato di amare come potevano. A modo loro. Con i limiti che avevano. Con i meccanismi che avevano interiorizzato. Questo non significa giustificare. Non significa negare le ferite. Non significa dimenticare. Significa smettere di lottare per cambiare il passato. E iniziare ad accettare che, proprio da quella storia lì, siamo nati noi. Significa riconoscere che i propri genitori hanno anche delle qualità. Forse piccole, forse lontane da ciò che avremmo desiderato, ma pur sempre reali. Un padre che magari non sapeva essere presente emotivamente, ma era generoso, altruista, ingenuo. Una madre che era controllante e spaventata, ma anche capace di fare del bene, di donare amore, di essere una “bimba grande” con un cuore buono. 

Volere bene da lontano 

C’è un amore adulto che non ha bisogno della vicinanza forzata. Un amore che non pretende di cambiare l’altro. Che riconosce i propri limiti e quelli altrui. Che sa che per volere bene, a volte, è necessario prendere le distanze. È l’amore che nasce quando si è smesso di voler aggiustare tutto. Quando si smette di cercare il genitore ideale e si comincia a costruire un genitore interno. 

Essere il proprio genitore interiore 

Quando si è stati poco accolti, poco visti, poco amati o troppo invasi, nasce il bisogno di diventare per sé stessi quel genitore che non si è avuto. Un genitore amorevole, che protegge e incoraggia. Che dice “hai fatto il possibile” Che dice “sono fiero di te” Che dice “puoi anche non essere perfetto, io ci sono”. Diventare il proprio genitore interiore significa assumersi la responsabilità di curare la propria parte ferita. Quella parte che ancora oggi si sente invisibile. Che ancora cerca approvazione. Che ha paura di esprimersi per non essere giudicata. 

Onorare senza annullarsi 

Non c’è bisogno di annullarsi per volere bene. Non c’è bisogno di restare invischiati. Si può scegliere di onorare la propria storia familiare per ciò che ha dato, senza negare ciò che ha tolto. Si può dire: “ti riconosco, ti ringrazio, ti tengo nel cuore” e nel frattempo dire: “ma ora vado per la mia strada”. È un equilibrio delicato, che si conquista nel tempo. A volte a caro prezzo. A volte dopo aver dovuto dire dei no, dopo essersi allontanati, dopo aver pianto a lungo. Ma è un equilibrio che libera. 

Un figlio può giudicare un genitore?

Forse sì, per un po’. Per prendere coscienza, per trovare il coraggio di staccarsi, per riconoscere e legittimare il dolore che prova. Ma un figlio adulto può anche smettere di giudicare, senza rinunciare alla verità. Può riconoscere i limiti dei genitori, amarli per ciò che sono stati capaci di dare e andare avanti. Può guardare al passato con occhi meno pieni di rabbia e più pieni di comprensione. Non per bontà, non per dovere, ma per sé. Perché il giudizio costante, alla lunga, pesa. 
  
Un passo verso la libertà 
 
Quando si riesce a dire: “so che avete fatto ciò che potevate con gli strumenti che avevate, e so che ora tocca a me costruire qualcosa di nuovo” allora si sta facendo un passo verso la libertà. Non è facile. Non è immediato. Richiede fatica, a volte solitudine, a volte dolore. Ma è il primo passo per smettere di vivere in opposizione, e iniziare a vivere in costruzione. 

  
Psicologa Giulia Rinaldi - Blog Consapevolezza interiore

👉“Lavoro con adulti e giovani adulti che vivono sensi di colpa, pensieri disfunzionali e limiti familiari. Se ti riconosci, prenota un colloquio: inizieremo a costruire insieme il percorso più adatto a te.”

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